Stiamo vivendo nell’era Sharp?

Stiamo vivendo nell’era Sharp?

Quando il design smette di accarezzarti e inizia a puntarti contro.

Hai presente quella sensazione quando ti siedi su una sedia di design troppo rigida per essere comoda, ma troppo bella per alzarti? Ecco. È un po’ la metafora del mondo in cui viviamo.

Tutto spigoloso, tutto tagliato con il righello, tutto progettato per stupire e dominare, più che accogliere.

Benvenuti nell’era Sharp.

Ora: non è che prima vivevamo tra nuvolette e pastelli, eh. Però un tempo c’erano più curve. Più dolcezza. Più plastiche che provavano almeno a sembrarti familiari.

Oggi invece il design – quello delle auto, dei mobili, dei siti web, dei palazzi – pare uscito da un cubo di Rubik arrabbiato.

Cos’è successo?

Difficile dirlo con certezza. Ma si può provare a fare ordine tra le forme.

Le auto sembrano sculture scolpite da intelligenze artificiali col righello in mano: vedi Tesla Cybertruck o Hyundai Ioniq 5.

Le case sono sempre più simili a container ben impilati, con facciate che sembrano Photoshop in modalità griglia.

Le sedie, se non ti fanno male alla schiena, non vincono premi.

Le interfacce digitali, poi, sono tutto un festival di bordi netti, sfondi monocromi e caratteri che ti urlano addosso.

Insomma, l’epoca dei bordi morbidi sembra finita. O forse è solo in pausa.

Forse abbiamo bisogno di ordine

Potrebbe essere colpa dell’epoca.

Viviamo in un mondo iper-connesso, iper-veloce, iper-complicato. E allora forse le forme nette ci servono per sentirci… meno persi.

Uno spigolo, in fondo, è una certezza.

Non ci gira attorno, non finge di essere altro: è lì, definito, freddo, sicuro.

E il design, oggi, sembra volerci dire questo: ti proteggo non con il calore, ma con la chiarezza.

Dall’Atomic Age allo Sharp Age

Negli anni ’50, dopo la guerra, ci fu la cosiddetta Atomic Age.

Il design prendeva ispirazione dalla scienza, dallo spazio, dall’entusiasmo del “tutto è possibile”.

E infatti le forme erano ottimiste: rotonde, organiche, dinamiche.

Oggi siamo in un’altra fase.

La chiameremmo Sharp Age: forme taglienti, colori freddi, materiali duri.

Non sogniamo più razzi, ma intelligenze artificiali.

Non guardiamo il cielo, ma gli algoritmi.

Una moda o un messaggio?

Il punto è questo: è solo uno stile o è un sintomo?

Forse questi spigoli raccontano la nostra epoca meglio di mille saggi.

Un’epoca dove ogni decisione deve essere ottimizzata. Ogni oggetto deve essere efficiente. Ogni superficie deve comunicare potere, controllo, direzione.

Ma in tutto questo, non stiamo forse perdendo qualcos’altro?

La morbidezza. L’ambiguità. Il gesto inutile ma umano.

In conclusione?

Forse non è il design a essere diventato più tagliente.

Forse siamo noi ad aver bisogno di qualcosa che ci contenga, ci strutturi, ci dica dove andare.

E così, mentre sogniamo case modulari, auto pixelate e interfacce brutaliste…

ci ritroviamo tutti un po’ prigionieri di un’estetica che somiglia a un comando: Sii netto. Sii deciso. Sii efficiente.

Solo che noi, a volte, vorremmo solo sederci su una poltrona morbida e dimenticarci per un attimo di dover performare.

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