Sempre più connessi, sempre più soli?

Sempre più connessi, sempre più soli?

Viviamo in un mondo affollato. Piazze, metro, coworking, social. Ovunque, volti, notifiche, messaggi, stimoli.

Eppure, ci sentiamo soli. Non a volte. Sempre più spesso.

Non è solo una sensazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la solitudine una minaccia per la salute pubblica. Una “epidemia silenziosa” che attraversa generazioni e geografie. Non fa rumore, ma si sente addosso. Dentro.

Soli in mezzo agli altri

Non è che manchino le interazioni. Anzi, ne abbiamo fin troppe. Ma sono rapide, parziali, spesso superficiali.

Scorriamo vite altrui, rispondiamo con emoji, sentiamo mille voci ma non una che resti.

A volte, non manca la compagnia. Manca la connessione vera. Quella che ti fa sentire riconosciuto, non semplicemente raggiunto.

Il mondo intorno cambia (e noi con lui)

Negli ultimi decenni, qualcosa si è rotto. O forse si è solo trasformato.

Jean Twenge, psicologa e autrice del libro iGen, ha osservato una tendenza crescente tra i più giovani: sempre più tempo da soli, meno tempo insieme.

Non è disinteresse. È disabitudine. È timore. È il risultato di una cultura che ha sostituito lo sguardo con lo schermo.

Allo stesso tempo, come racconta Jon Yates in Fractured, i luoghi che un tempo ci facevano “incontrare” stanno scomparendo. Circoli, biblioteche, associazioni, persino le piazze sembrano aver perso il loro potere sociale.

Oggi prevale un altro tipo di spazio: individuale, personalizzabile, protetto. Bello, certo. Ma anche solitario.

C’è chi sceglie davvero di sparire

Per alcuni, l’isolamento non è una sfumatura. È una condizione.

È il caso degli hikikomori, persone che decidono di ritirarsi dalla società per lunghi periodi. Non per capriccio, ma per difesa. Perché fuori, a volte, il mondo pesa.

Anche in Italia i casi aumentano. E ci raccontano qualcosa che riguarda tutti: non siamo più abituati all’altro. Non sappiamo cosa farcene del confronto, dell’imprevisto, del corpo presente.

Non è solo triste. È pericoloso.

Non si tratta solo di malinconia o nostalgia. La solitudine cronica impatta sulla salute mentale, sulla durata della vita, sulla coesione sociale.

E può diventare il terreno perfetto per sfiducia, polarizzazione, intolleranza.

Quando l’altro ci appare distante, incomprensibile o fastidioso, diventa più facile ignorarlo. O addirittura temerlo.

E adesso?

Non serve inventare nuove app.

Forse basterebbe riscoprire l’idea di stare con gli altri senza uno scopo preciso. Senza like. Senza performance.

Un bar di quartiere, una passeggiata con qualcuno che non conosci bene, una conversazione che non va da nessuna parte ma ti resta addosso.

Non è nostalgia. È sopravvivenza relazionale.

Siamo ancora in tempo per cambiare rotta.

Ma dobbiamo volerlo, e farlo insieme.

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