Chi c'è davvero dietro quel post?








C’è un momento preciso, appena dopo la scrollata, in cui qualcosa si spezza.
Un reel commovente, una frase perfetta, una voce che sembra sapere esattamente cosa stai vivendo. Ti ci ritrovi. Lo salvi. Lo condividi.
Poi leggi una nota in piccolo, quasi trasparente: “Generato da AI”.
Ti fermi.
Non cambia nulla, eppure cambia tutto.
Come una canzone che scopri essere stata composta da un algoritmo. Come una carezza robotica. Come un amico che non esiste.
Ci stiamo abituando a emozionarci… con nessuno.
Parlano come noi. Meglio di noi.
Hanno imparato il tono giusto.
La parola che conforta. Il ritmo che tiene incollati.
Le macchine parlano. Scrivono. Disegnano. Ascoltano.
E lo fanno con una precisione che ci sorprende.
Ci fanno ridere quando serve. Piangere quando conviene.
Non perché capiscano. Ma perché funzionano.
Sanno come farci sentire umani.
Senza esserlo.
Le voci umane, invece, inciampano.
Una pausa di troppo. Un’immagine mossa. Una parola fuori posto.
Sono i difetti a rivelarci.
E forse è proprio questo che ci rende credibili. Realmente presenti.
Ma in un mondo dove tutto è fluido, impeccabile, virale…
quanto spazio resta per ciò che è fragile?
La verità ha smesso di urlare.
Ora bisbiglia, nascosta tra mille versioni.
Ogni giorno navighiamo in un oceano di contenuti “plausibili”.
Post che sembrano verità, ma non hanno radici.
Notizie che commuovono, ma non sono mai accadute.
Persone che esistono solo per farsi guardare.
Chi ci parla, davvero?
E se non c’è nessuno dietro, perché ci fidiamo lo stesso?
Un bollino per distinguere. O per dimenticare.
Alcune piattaforme ci provano: badge, etichette, segnali visivi.
“Questo è artificiale”, dicono.
Come se bastasse un cartellino per restituire significato.
Ma chi li legge davvero quei bollini?
E se inizieremo a preferire i contenuti “non umani”?
Più efficienti. Più coinvolgenti.
Più sicuri, forse.
Meno fastidiosamente imperfetti.
C’è chi torna indietro.
Non per nostalgia. Ma per scelta.
Qualcuno rallenta, sbaglia, espone i bordi.
Qualcuno mostra le mani, i silenzi, la fatica.
Qualcuno parla senza sapere già la risposta.
E in quel gesto… c’è qualcosa che riconosci.
Una tensione, una luce, un’impronta.
Forse è questo il nuovo atto rivoluzionario:
essere umani in un mondo che ha imparato a simularci.
Lasciare i margini, le esitazioni.
Parlare anche quando non siamo sicuri di cosa dire.
Pubblicare senza ottimizzare.
Raccontare, senza dover sempre convincere.
La prossima volta che un post ti commuove,
non chiederti solo se è vero.
Chiediti se c’è qualcuno dietro.
O se sei stato toccato da un’eco.
Bellissima, sì.
Ma vuota.